Piantare alberi, tanti. Ma con buon senso

In relazione all’articolo apparso sulle pagine del Cortriere della Sera in data 18 maggio 2022, l’Associazione Pubblici Giardini ritiene di dover prendere posizione per fare un po’ di chiarezza. Fornendo un contributo.

 

 

Forse è venuto il momento di darci un taglio (ovviamente, non agli alberi).

Anche perché l’Associazione Pubblici Giardini non può continuare a restare in silenzio, dopo che da un po’ di anni a questa parte i proclami sulle forestazioni urbane si sprecano, in una sorta di inverosimile corsa a nuovi alberi. Da mettere a dimora ovunque, senza alcuna preoccupazione sulla loro sopravvivenza futura o sui costi manutentivi indotti.

Forse è l’articolo apparso in data 18 maggio sulle pagine del Corriere della Sera a rappresentare la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Magari è così, essendo l’ennesimo di una lunga serie di redazionali che spronano verso obiettivi inverosimili.

Personalmente, in qualità di presidente dell’Associazione, penso che non si possa più andare avanti quasi unicamente con proclami che molto spesso non possono trovare attuazione, per una serie di diversificati motivi, nella realtà. E che sia indispensabile prendere posizione, cercare di fare chiarezza, fornire un contributo tecnico attendibile a tutti coloro che, quasi quotidianamente, rilanciano al tavolo del verde urbano, quasi fosse il tappeto verde di un casinò.

Insomma, Pubblici Giardini si propone di fornire a chi pianifica la disponibilità di un gruppo molto numeroso di tecnici di conclamata professionalità per arrivare a costruire un futuro più sostenibile ma, parimenti, permeato di concretezza e buon senso.

 

La corsa agli alberi

10.000.000 di nuovi alberi in cinque anni!” “Anzi, facciamo 60.000.000…”. “150.000 di nuovi alberi al 2030”. “Iniziamo a piantare mille miliardi di alberi” (non so neppure quanti zeri occorre mettere dietro all’1 iniziale).

Sono le cifre che, con rigorosa periodicità, gli organi di informazione ci rimandano quando esce un articolo – ormai non passa settimana senza che ne venga pubblicato almeno uno – che sottolinea l’indubbia importanza di aumentare la fitomassa delle nostre città al fine di catturare e stoccare anidride carbonica e mitigare il dissesto idrogeologico e le ondate di calore. Piantare alberi in città è sicuramente importante, però, basta scherzare. Cerchiamo di essere pragmatici e di parlare di alberi, non di numeri.

L’articolo del Corriere della Sera titola: “60.000.000 di alberi”. E illustra la nascita della Fondazione per il futuro delle città, sotto l’egida del Ministero per la Transizione Ecologica. Alla quale, ovviamente, afferiscono esponenti di fama internazionale del mondo accademico e della pianificazione. Architetti, botanici e urbanisti bravissimi, capaci di dare suggerimenti per un futuro sostenibile ma che, con ogni probabilità, sono un po’ meno attenti alla concretezza delle loro proposte. E su cosa comporti nel tempo, sotto il profilo economico e gestionale, un programma come quello auspicato.

Ma proviamo a fare un po’ di ordine.

 

Nuovi boschi

Da un po’ di anni a questa parte, soprattutto dopo il Forum FAO svoltosi a Mantova nel 2018 (pochi giorni dopo la tempesta Vaia che aveva imperversato sulle Dolomiti, sradicando decine di migliaia di alberi), il filo conduttore che lega la quotidianità di chi si occupa di verde, soprattutto di verde pubblico, è quello di implementare il più possibile il patrimonio arboreo delle nostre città, forti anche di finanziamenti ministeriali ed europei.

Di recente, poi, i suddetti finanziamenti hanno allargato il campo di applicazione anche ai territori metropolitani, cosicché anche i comuni all’interno dei quali ricadono le aree rurali  intorno ai capoluoghi regionali, soprattutto se collocati nelle aree di infrazione comunitaria per quanto concerne la qualità dell’aria, si sono visti assegnare fondi consistenti per dare corso a interventi di forestazione. Sono pertanto in programma le piantagioni di nuovi boschi che cresceranno nel tempo e si andranno a sostituire ai coltivi, magari a ripristinare, in alcune aree della Pianura Padana, gli ambienti che, nel II secolo d. c., tanto affascinarono Polibio che, attraversando queste terre scrisse: “La quantità di ghiande provenienti dalle foreste di tutta la Pianura Padana può essere valutata tenendo conto che, pur essendo molto grande il numero di maiali macellati in Italia, sia per il consumo privato sia per l’esercito, è quasi tutto fornito da questa pianura”.

 

Gli alberi nella pianificazione

Che gli alberi siano i principali alleati dell’uomo nel contrasto ai cambiamenti climatici e nella lotta all’inquinamento è indubbio. E le fonti di ispirazione per dare corso a nuove forestazioni non mancano; basti pensare alle Linee Guida ministeriali (redatte dal Comitato Nazionale per lo Sviluppo del Verde Urbano del Ministero dell’Ambiente nel 2017) o alla Strategia Nazionale del Verde, anch’essa messa a punto dal suddetto Comitato nel 2018.

Anche le pianificazioni locali si sono rivelate particolarmente sensibili all’incremento del cosiddetto “bilancio arboreo” (previsto dalla Legge 10/2013) e nei piani d adattamento ai cambiamenti climatici, nei piani di azione per l’energia sostenibile e il clima (PAESC) o, ancora più nello specifico, nei piani del verde di cui molte amministrazioni si sono dotate o si stanno dotando, l’albero in quanto tale è sempre al centro delle strategie di sviluppo.

Quindi che problemi possono esserci? E perché irretirsi ogni volta che si leggono articoli come quello pubblicato sul Corriere della Sera?

In realtà, purtroppo, non è tutto così lineare. E i problemi ci sono: non sono pochi e non sono piccoli.

 

Competenze, risorse e superfici

Bisogna solo decidere da dove cominciare questa lista di incertezze.

Per spirito di corpo, prenderei l’avvio dalla mancanza di professionalità e competenza; o meglio, da una cronica carenza di personale che abbia la necessaria preparazione per affrontare progettazioni e realizzazioni come quelle che vengono richieste in questo periodo. Peraltro, non si sa per quale motivo recondito, chiunque si sente titolato parlare di alberi, quasi che l’arboricoltura non fosse una delle scienze più sfaccettate e complesse che ci sono. E, di conseguenza, una parte delle energie di chi deve gestire e pianificare il verde deve obbligatoriamente essere dedicata a divulgare le buone pratiche e le tecniche più moderne; o a spiegare scelte agronomiche che agli esperti del settore possono apparire banali. Sottraendo tempo alla pianificazione e alla progettazione.

Poi c’è il tema delle risorse economiche: un vero e proprio “bosco” di finanziamenti all’interno del quale districarsi, cercando di conciliare le progettazioni con le tempistiche amministrative (spesso imposte da scadenze comunitarie) e con la stagionalità che caratterizza la piantagione di nuovi alberi. Perché è bene non dimenticare che si ha sempre a che fare con esseri viventi, gli alberi, che come tali rispettano ritmi e cicli vitali e la cui piantagione non può avvenire in qualsiasi momento dell’anno.

Infine, occorre considerare anche le superfici disponibili, non sempre sufficienti a garantire i necessari spazi vitali (volumi di pertinenza) degli alberi a maturità. Molte aree che, all’interno delle nostre città, possono sembrare idonee ad interventi di forestazione, potrebbero essere in realtà gravate da vincoli legati alla destinazione urbanistica o a interferenze sotterranee.

 

Problemi di reperibilità del materiale vegetale

Nonostante i milioni finanziati alle Città Metropolitane attraverso l’art. 4 del cosiddetto Decreto Clima o il decreto direzionale 117 del MITE, le risorse rese disponibili dal PNRR nell’ambito della forestazione urbana, i finanziamenti regionali e i piani degli investimenti dei comuni più sensibili al tema, la situazione non è poi così rosea.

Perché la corsa agli alberi ha colto impreparati un po’ tutti, a cominciare da chi il materiale vegetale lo produce. I fatidici 60.000.000 di alberi al momento in Italia non ci sono; ed è difficile che si rendano disponibili nei prossimi anni. I più grandi poli vivaistici del paese non sono infatti in grado di soddisfare questa richiesta. Anche perché l’esportazione continua ad assorbire quanto meno l’80% della produzione italiana; d’altra parte, il mercato estero è consolidato da anni e nessun imprenditore è disponibile a perdere importanti quote di esportazione verso l’Europa per dedicarsi unicamente al mercato italiano, anche se in questo momento può disporre di cospicui finanziamenti; ma di cui nessuno ha garanzia di durata nel tempo. E, siccome per produrre un albero “formato” serve almeno un lustro, la situazione attuale appare davvero complicata.

 

Alberi e postime

Esistono poi differenti modalità di approccio alla forestazione urbana.

Da una parte la scelta dei grandi numeri, che presuppone il ricorso alla messa a dimora di postime forestale, con una densità che va dalle 1.000 piante ad ettaro in su e una selezione naturale che potrà portare a maturità una percentuale difficilmente superiore alla metà delle piccole piante messe a dimora. Questa tecnica colturale si addice a situazioni di ecotono, ovvero alle zone di passaggio tra il territorio urbanizzato e la campagna; in ogni caso è sconsigliata all’interno degli spazi verdi pubblici.

Dall’altra la scelta di ricorrere alla piantagione di esemplari già formati, di circonferenza del tronco non inferiore a 12-14 cm e con altezze variabili da 2 a 4 metri; in grado, peraltro, di svolgere una buona funzione fotosintetica fin dal momento della messa a dimora.

In entrambi i casi, però, le cure colturali, più o meno assidue in funzione della modalità di approccio adottata, devono essere garantite; per il postime, al fine di limitare le inevitabile fallanze; per le piante formate per cercare di avere attecchimenti che si avvicinino al 100% delle piantagioni.

Proprio alla luce di queste elementari riflessioni tecnico – agronomiche appaiono inverosimili i costi unitari riportati nell’articolo.

 

Costi reali e costi presunti

Perché quando si afferma che la messa a dimora di un albero, compresi 5 anni di manutenzione, costa solamente 30 € si rischia di risultare non credibili.

E’ sufficiente prendere un qualsiasi elenco prezzi regionale o comunale per capire che non può essere così. Per non parlare delle piante già formate, le più adatte all’ambiente urbano, la cui sola fornitura costa decisamente di più dei 30 € richiamati, e alla quale si devono aggiungere gli oneri di impianto e le cure colturali per almeno un triennio, con irrigazioni che, soprattutto con le estati siccitose che si sono verificate negli ultimi anni, comportano un costo particolarmente elevato.

In qualche caso è sufficiente avere sottomano una calcolatrice per verificare, per esempio, che l’investimento di 2 milioni di euro proposto da una delle più importanti aziende mondiali di commercio elettronico, che può sembrare una cifra molto imnportante, per mettere a dimora 22 milioni di alberi, comporta in realtà una spesa a pianta di appena 9 centesimi. Neanche un seme costa così poco…

Insomma, piantare nuovi alberi per lasciare un mondo migliore alle generazioni future non è una banalità. E occorre affrontare il tema sotto tutti i punti di vista: i giusti finanziamenti, le specie botaniche più efficaci ed efficienti, la tipologia di piante più idonea ai singoli contesti in cui si opera, il giusto prezzo per le opere attuate.

 

Implementazione e gestione

Senza dimenticare che le implementazioni delle dotazioni arboree che si stanno lodevolmente compiendo in questi anni, presuppongono nel tempo indispensabili ed adeguati investimenti gestionali di cui non tutti gli attuatori stanno tenendo conto.

Infatti, anche qualora si riuscisse a reperire tutto il materiale vegetale necessario, e a superare le difficoltà agronomiche legate alla progettazione degli interventi, non bisogna dimenticare che, per gestire patrimoni sempre più consistenti in termini di numerosità e biodiversità, occorre disporre delle adeguate risorse finanziarie. Indispensabili per non inficiare gli sforzi tecnico – economici profusi per rinverdire le città.

In questo senso, ci si deve basare su dati oggettivi, che solo un buon censimento e un successivo monitoraggio possono restituire, affinché la programmazione non sia solo gestionale ma anche finanziaria.

Perché se, come prospetta giustamente qualcuno, dovessimo dare corso ad audit sistematici per capire quanti degli alberi messi a dimora nell’ambito del contrasto ai cambiamenti climatici sono sopravvissuti, se in qualche caso poteremmo avere piacevoli sorprese, con elevate percentuali di attecchimento, in altri si potrebbe rischiare di avere una restituzione dei dati oggettivi purtroppo non esaltante.

 

Nuove sinergie e strategie

Insomma, occorre smettere di fare proclami e cominciare a pensare a nuove sinergie tra i vari attori che compongono la filiera del verde, dai produttori a chi di verde si deve occupare in termini gestionali.

Quello che era individuato come un rischio, qualche anno fa, ovvero che se si fosse cominciato ad attuare gli interventi di forestazione e rinnovo delle alberature urbane, tanto auspicati, che si vanno ad aggiungere alle nuove realizzazioni, si potesse non riuscire a reperire il necessario materiale vegetale, oggi è in parte concreto.

E’ pertanto il momento per dare finalmente corso ai “contratti di coltivazione” (lo diciamo da anni senza risultati), ossia rapporti pluriennali con i produttori, finalizzati ad avere garanzie sulla fornitura del materiale vegetale necessario, quanto meno nell’ambito della corretta gestione della “foresta urbana”.

E, soprattutto, mai come in questo periodo è importante fare bene (anzi meglio) piuttosto che tanto e male. Si devono mettere a dimora alberi (non numeri) secondo criteri innovativi perché i cambiamenti climatici impongono nuovi approcci alla gestione del verde. Occorre adeguare il modo di operare alla fase congiunturale, nella quale si deve far fronte ad emergenze di livello planetario che hanno innegabili risvolti anche a livello locale.

Senza dimenticare che gli alberi sono davvero i nostri principali alleati per evitare che l’Antropocene sia l’ultima era della Terra. Quindi, diamo loro il necessario rispetto anche in sede di programmazione e pianificazione.

 

Roberto Diolaiti

Presidente Associazione Pubblici Giardini